Prima metà XIV secolo
DESCRIZIONE E CONFRONTI
La Vergine, panneggiata con veste dorata, è
raffigurata in trono mentre sostiene con il
braccio sinistro il Bambino colto nell'atto di
accarezzarle i capelli. Il trattamento del volto
è particolarmente aggraziato e prevede una lieve
inclinazione verso sinistra, con sguardo schivo
ed assorto, espressione di un "delicato riserbo
psicologico".
I capelli ondulati ricadono leggeri sul collo e
sfuggono alla corona e al velo che li
trattengono.
La figura mostra un "hanchement" che, partendo
dal volto, prosegue nella leggera inclinazione
del collo, nella sinuosità del busto che si
accentua nel pronunciato trattamento delle
ginocchia e termina nella postura dei piedi
arretrati. Come osserva il Carli l'opera è
pervasa da una estrema fluidità [...] in una
mirabile levità corporea.
Il bambino, con sguardo esterno alla
composizione e recante il globo nella mano
sinistra, assume gli atteggiamenti tipici di un
infante mentre accarezza i capelli della madre.
La scultura è stata accostata per la prima volta
dal Mariani alla Madonna della Chiesa di San
Silvestro all'Aquila, della quale ripete la
fisionomia del volto ed il trattamento dei
capelli ondulati, unitamente ad un medesimo
sviluppo del panneggio nella parte inferiore
delle ginocchia.
Assolutamente simile sembra essere anche
l'arretramento del piede destro che fuoriesce in
parte dalla veste e la somiglianza delle mani
che risultano lunghe ed affusolate, con dita
quasi cilindriche.
Il Carli, pur confermando la forte consonanza
stilistica con la Madonna di San Silvestro,
aggiunge un ulteriore confronto con una Madonna
conservata nel Duomo di Spoleto, soprattutto per
quanto riguarda la posizione delle due figure,
la caratterizzazione dei capelli e la consonanza
della mano sinistra.
Come si dirà in seguito, la somiglianza con
un'ulteriore Madonna conservata nel Museo di
Orvieto farà sostenere all'autore l'abilità di
maestranze umbre nella realizzazione dell'opera
in esame.
Va inoltre considerata la forte congruenza con
la Madonna di Fossa e una scultura di Madonna
proveniente da una collezione privata
fiorentina, notata per la prima volta dal
Previtali. In tutti e tre gli esemplari, Madonna
fiorentina, di Scurcola e di Fossa, la mano
destra sorregge lo scettro "con un
caratteristico piegamento in avanti del polso.
NOTIZIE STORICHE
Secondo un'ampia tradizione letteraria, l'opera
proverrebbe dalla ormai diruta chiesa
dell'Abbazia di Santa Maria della Vittoria,
fatta erigere da Carlo I d'Angiò nel territorio
di Scurcola Marsicana, in prossimità del fiume
Imele-Salto.
Il complesso doveva essere testimonianza, come
suggerisce anche il nome, della vittoria
riportata dal re nella battaglia contro
Corradino di Svevia, avvenuta nel 1268 nei Piani
Palentini. L'edificio dovette restare in auge
fino al XVI secolo, per poi decadere a causa di
terremoti e spoliazioni.
La scultura in esame, come narra il Corsignani,
restò sepolta tra le rovine dell'Abbazia fino al
1525, anno in cui venne recuperata e trasferita
presso la nuova chiesa di Santa Maria della
Vittoria presso la rocca di Scurcola.
Il ritrovamento dell'opera dovette avvenire a
seguito di un'apparizione miracolosa della
statua ad una donna di Tagliacozzo, con
conseguente indicazione del luogo in cui era
sepolta.
Riferisce ancora il Corsignani che i cittadini
di Scurcola e di Tagliacozzo, a seguito del
rinvenimento, si contesero il possesso della
statua e, non potendo dirimere la questione, si
affidarono alla sorte. Caricata la scultura su
un mulo, attesero che fosse quest'ultimo a
scegliere la destinazione definitiva; la sorte
favorì Scurcola e la statua fu definitivamente
collocata nella nuova chiesa di Santa Maria
della Vittoria.
Non concordi con la data del rinvenimento
sembrano essere il Bindi, la Gabbrielli e il
Gavini che fanno risalire gli avvenimenti al
1627.
Nel 1757 la statua fu insignita della corona
d'oro concessa dal Capitolo della Basilica
Vaticana e nel 1857 ricevette lo scettro in oro,
dono della pietà e della devozione degli
abitanti di Scurcola.
Per anni si è ritenuto che l'opera fosse stata
collocata nella Abbazia dallo stesso Carlo
d'Angiò e che fosse la stessa che suo fratello
San Luigi IX portava con sé durante la crociata.
Le argomentazioni citate suggerivano una
datazione alla seconda metà del XIII secolo,
negli anni quindi immediatamente successivi alla
battaglia.
In realtà, nel 1930, uno studio approfondito
condotto dal Mariani mise in luce alcuni aspetti
stilistici che ebbero il merito di far rivedere
interamente la datazione. Secondo l'autore
l'attribuzione al periodo romanico appariva
alquanto superata e notava, per primo, la
presenza di "elementi gotici francesi pienamente
sviluppati".
Nei decenni successivi alcuni studiosi ripresero
l'ipotesi suggerita dal Mariani e continuarono a
sostenere una datazione al XIV secolo. Tra
questi il Gavini riconobbe nella scultura un
esempio di arte francese ricollegabile ad una
scuola toscana operante a Napoli (forse nella
seconda metà del trecento) di cui facevano parte
Tino da Camaino e i suoi collaboratori Giovanni
e Pacio Fiorentini.
La Gabbrielli, che non riporta in bibliografia
lo studio del Mariani, nel 1934 continua a
datare l'opera alla fine del XIII secolo, pur
riconoscendo nella stessa un esempio di arte
gotica francese arrivata in Abruzzo da Napoli
attraverso gli angioini.
Molto interessante è lo studio condotto dal
Carli che fornisce maggiori argomentazioni in
merito ad una datazione al XIV secolo e conferma
la presenza di forti influssi goticheggianti.
L'autore insiste sui caratteri stilistici della
scultura per nulla confacenti con quelli
romanici del 1268 e sostiene che, se davvero la
statua fosse stata di committenza regale a
ricordo di una importante battaglia, avrebbe
indubbiamente recato in sé dei contrassegni atti
ad indicare lo scopo della realizzazione
(iscrizioni dedicatorie, gigli angioini
decorativi ed altro). La statua dovrebbe
rimandare, secondo l'autore, a due opere di Tino
da Camaino quali la Madonna sulla tomba della
Regina Maria di Ungheria (1325) e di Maria di
Valois (1335); non per questo però è ascrivibile
a Tino da Camaino o alla sua cerchia di seguaci,
giacché riproduce chiari accenti
tosco-napoletani unitamente a richiami all'arte
gotica francese, mai presenti in Tino.
In conclusione il Carli sostiene che la scultura
non sia riconducibile sic et simpliciter
all'arte gotica francese del XIII secolo, né
tanto meno a maestranze abruzzesi, ma deve
essere invece concepita nell'aura di correnti di
importazione nordica che si fondono con accenti
toscani trapiantati nel mezzogiorno da Tino,
presumibilmente a Napoli tra il 1325 e il 1330.
Ritornando sull'argomento nel 1960 l'autore
conferma la presenza di caratteristiche legate a
Tino da Camaino e a "certi modi schiettamente
francesizzanti" ma, al contempo, ritiene che
questo stile non sia più pervenuto da ambiti
napoletani ma da contesti umbri, mettendo in
relazione la scultura di Scurcola con una
Madonna del Museo di Orvieto ed una Madonna
lignea del Duomo di Spoleto. Inoltre, nello
stesso contributo, l'autore attribuisce
all'opera in esame una datazione al terzo
ventennio del trecento, poiché coeva alla
Madonna di San Silvestro all'Aquila.
Il Previtali successivamente, ritenuti validi
questi accostamenti, notò come la consonanza
stilistica di questi gruppi scultorei si possa
ben ricondurre a maestranze operanti nel cuore
dell'Umbria. In questa prospettiva viene fornita
una spiegazione diversa anche sul francesismo
dell'opera che, anziché provenire da Napoli, è
diretta emanazione umbra (Orvieto ed Assisi),
luoghi in cui era possibile trovare forti
francesismi a causa della presenza di funzionari
pontifici che cercavano di ristabilire il potere
papale nei periodi della cattività avignonese.
Di conseguenza il Previtali rifiuta
l'accostamento con Tino da Camaino e la scultura
napoletana e data la Madonna di Scurcola alla
prima metà del trecento.
Ad ulteriore conferma di questa datazione vanno
ad inserirsi una serie di osservazioni
stilistiche per nulla confacenti agli stilemi
del periodo romanico. Il recupero delle
proporzioni anatomiche, la sinuosità della
postura, la delicatezza del panneggio nonché la
torsione del bambino, lasciano intravedere
elementi artistici nuovi che esulano dalla
fissità dello sguardo, dalla frontalità e
ieraticità dei corpi, dal mancato rispetto delle
proporzioni anatomiche e dalla "durezza"
generale delle composizioni ascrivibili al
periodo romanico e ravvisabili in numerose
madonne lignee del '200.