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Ennio Giuseppe Colucci,
avvocato, nato nel 1907 e sposato a Scurcola con 2 figli.
Uomo di grande carisma, fu
apprezzato nella vita sia sotto l'aspetto umano, sia sotto l'aspetto
professionale. Autore di pubblicazioni di carattere giuridico e di cultura
locale toccò il massimo della sua competenza quando divenne Direttore
Generale del Ministero della Pubblica Istruzione.
E' stato per molti anni il
referente culturale per il Comune di Scurcola Marsicana, essendo persona
erudita e molto radicata alle tradizioni locali. Fu per molto tempo, un
punto di riferimento per i Presidi e i Professori di tutto l'Abruzzo i quali
non esitavano a chiedergli consigli amministrativi e conoscitivi in ambito
disciplinare.
Di seguito riportiamo una sua
famosa testimonianza-racconto inclusa in una pubblicazione dal titolo "questamarsica"
dove, insieme a racconti di altre realtà marsicane, testimonia alcuni
personaggi rappresentativi di Scurcola della prima metà del '900.
I MIEI RICORDI
di Ennio Colucci
Testimonianza-Racconto tratto dal libro
"questamarsica"
Gli scurcolani residenti in paese sono circa
duemila; erano il doppio alla fine del secolo
scorso. La diminuzione è dovuta alla emigrazione
in America ed a Roma ed alla denatalità. Una
volta, anche a mio ricordo, frequenti erano le
famiglie con cinque, dieci ed anche dodici
figli: erano più braccia per la vanga, ma anche
più bocche da sfamare. Quando nella chiesa
suonava la campanella per annunziare la morte di
un bambino — enorme era la mortalità infantile —
la famiglia colpita non vestiva a lutto, ma si
rassegnava e ringraziava il Signore «che
aveva provveduto».
Ma dei miei concittadini quelli che
sopravvivevano a questa selezione naturale,
anche se a stento cucivano il pranzo con la
cena, anche se per il pane dipendevano da alcune
famiglie benestanti (i Vetoli, i Tuzi-Ottaviani,
i Bontempi, i D'Amore), erano necessariamente
più laboriosi, più seri, ma anche più spiritosi
ed intelligenti degli attuali. Avevano nel bene
e nel male una maggiore personalità, un maggiore
attaccamento al natio loco, un orgoglio
maggiore. Essi avevano, ad esempio, il diritto
di pascolo sulle seconde erbe dei fondi della
Cardosa e delle Selve (1.500 coppe) che Carlo
D'Angiò aveva donati al suo Monastero di Santa
Maria della Vittoria e che nel 1500 gli Orsini e
i Colonna, cacciati i monaci, avevano confiscati
a proprio favore quali duchi di Tagliacozzo e
conti di Albe. (Alla cacciata dei monaci
avevano, invero, partecipato per altri e più
validi motivi anche gli scurcolani). Io ricordo
l'orgoglio dei poveri contadini di Scurcola
quando, a riaffermazione dei loro diritti,
menavano a pascolare in quelle terre le loro
vacche ed i loro asini.
Questi usi civici, goduti per quattro secoli,
furono aboliti da Mussolini per la sua battaglia
del grano.
Io ricordo che un giorno d'estate Mussolini,
passando per la via Valeria, vide nei pressi del
paese una trebbiatrice in azione (si sa che
Mussolini era anche un trebbiatore): si fermò,
si informò, si congratulò con i lavoratori e
regalò 400 lire al proprietario trebbiatore,
Biagio Nuccitelli, che era invece uno dei più
ricchi contadini del paese!
Ora se io paragono gli scurcolani di una volta
con quelli di oggi — «e di questi cotal son io
medesmo» — preferisco i vecchi ai nuovi, perché
questi non hanno la personalità di quelli; sono
massa, non individui; non conoscono i sacrifici
di quelli, sono in generale oziosi,
«straccapiazza», maldicenti, invidiosi. Vi sono
naturalmente delle lodevoli eccezioni, perché
taluni laboriosi e intelligenti hanno fatto
meritatamente fortuna in paese e fuori; ma anche
tra i fortunati la mia ammirazione e la mia
preferenza vanno a quelli di una volta. Di
questi ricordo due esempi:
1)
Un parente di Vespasiano Barnaba era, al
principio del secolo, un giovane di belle
speranze, di buona istruzione, ma quasi povero.
Di lui si innamorò una vecchia zitella di ricca
famiglia; fu convinto a sposarla; ne scialacquò
la dote e la sposa fece appena in tempo a morire
prima che la dote fosse del tutto sfumata.
Rimasto vedovo, di nuovo povero, ma giovane
ancora, chiese a mio padre, suo nipote, un
prestito di 400 lire ed emigrò in America. Dopo
tre mesi rimandò la somma. Si era messo a
lavorare, e da commesso di negozio divenne il
più ricco commerciante di stoffe a Chicago e a
New York. Viaggiava in aereo personale.
2) Ricordo un altro
paesano, contadino, che da giovane era emigrato
in Argentina e che al tempo delle sanzioni
decretate contro l'Italia dalla Società delle
Nazioni a Ginevra, venne a Roma ed offrì a
Mussolini (non so a quale prezzo) 400.000
quintali di grano. Mussolini, per orgoglio o per
politica, non accettò l'offerta.
Io non sono un «laudator temporis acti», ma dove
si trovano oggi dei tipi di scurcolani come
Peppe Barnaba, Capoccio, Minicuccitto, Fabiano
Blasetti, Angeluccio Trombetta, Faustino
Colucci, Scenza la Macellara, Mariuccia la
Cogliara?
Io non posso «ritrar di tutti appieno...».
Parlerò solo di qualcuno, e prima di tutti di
Peppe Barnaba. Se Dante lo avesse conosciuto
avrebbe esclamato: quando in paese un Peppe si
ralligna?
Ma chi era Peppe Barnaba? Un pittore, uno
scultore, un musicista, ma soprattutto uno
spirito bizzarro. Di buona famiglia, nipote di
don Lorenzo Barnaba, prete che nel 1860-61 si
schierò, quasi solo, fra i quaranta preti di
Scurcola, dalla parte dei Piemontesi contro i
Borboni. Nominato commissario governa-tivo, in
regime di legge marziale, aveva diritto di vita
e di morte nella repressione del brigantaggio.
Nel gennaio del 1861, di notte, Scurcola fu
occupata dai briganti, cioè dai soldati
borbonici, sbandati dopo la battaglia del
Volturno e rifugiatisi nella Marsica a seguito
del generale De La Grange e del famigerato
studente in legge Giacomo Giorgi di Tagliacozzo.
Nella notte seguente a quella ricordata furono
catturati dai bersaglieri di Scurcola e da
quelli accorsi da Magliano e da Avezzano,
trecentosessantasei di tali sbandati, che il
giorno dopo furono subito processati e
condannati a morte da don Lorenzo, che
presiedeva il tribunale di guerra: ottantanove
sentenze erano già state eseguite, quando da
Avezzano giunse l'ordine di sospendere le
fucilazioni. Don Lorenzo chiedeva ad ogni
prigioniero le generalità e subito segnava una
croce accanto al nome. Fra i prigionieri c'era
un giovane di Villa San Sebastiano che egli
aveva tenuto a battesimo: «Chi sei?», gli chiese
il prete; e il giovane: «Come? non mi riconosci?
Sono Bonifazi». «Eri Bonifazi! Ora sei Malefazi!
». E Don Lorenzo segnò anche per lui la fatale
crocetta!
Animo più mite era il nipote don Peppe Barnaba.
Non era prete, ma il "don" gli si dava per
rispetto. Quando sul finire del secolo seppe che
il Principe di Napoli sarebbe venuto ad
assistere ai lavori di ricognizione della pianta
della Basilica angioina di Santa Maria della
Vittoria, si fece trovare nei pressi vestito da
contadino, scarpe grosse e vanga in mano, a
scavare. Il futuro Vittorio Emanuele III lo
chiamò: «Buon uomo, cosa fate?». «Altezza, scavo
per trovare pietre scolpite». «E che avete
trovato finora?». «Un puteale, una meraviglia!».
Il principe volle vedere e rimase ammirato.
Ordinò che le pietre fossero tutte acquistate
dal Soprintendente ai monumenti per 5.000 lire.
Da Roma, diventato Re, spedì al Barnaba il
diploma di cavaliere. Ma il Soprintendente non
si fidò. Le pietre erano state scolpite dal
Barnaba stesso nel suo orto presso la scuola; e
per dare ad esse una certa patina di antichità,
finita la scuola, chiamava gli scolari a fare
sulle pietre la pipì. Il Soprintendente venne a
Scurcola e chiese a don Ernesto Ansini,
arciprete della nuova chiesa di Santa Maria
della Vittoria in capo al paese, dettagliate
notizie sul Barnaba. Don Ernesto rispose,
ambiguamente: «È un bravo artigiano, scolpisce
sepolcri e restaura Cristi, come quello del
pulpito della mia chiesa».
Il Soprintendente ascoltò, vide il Cristo e non
fece acquistare il puteale! Don Peppe si vendicò
di don Ernesto. Nella loggia della sua casa a
Scurcola dipinse una scena che noi scolari
abbiamo più volte ammirata: una ammucchiata di
preti e di monache in tutte le posizioni
possibili.
Alcuni anni prima, nel decennale del
prosciugamento del Fucino, il Principe Torlonia
volle che si tenesse in Avezzano una mostra dei
prodotti del Fucino, anche per controbattere le
affermazioni dei Comuni di Scurcola, di Magliano
e di Tagliacozzo, che avevano intentato causa
contro di lui per il degradamento del clima
dovuto al prosciugamento del lago. Gli
avezzanesi erano allora detti cococciari, perché
grandi produttori di zucche; gli scurcolani,
cipollari; i tagliacozzani, pignatari... Alla
mostra don Peppe presentò un organo, le cui
canne erano tutte zucche, lunghe, contorte, ma
accordate alle note musicali.
Grande successo presso il Principe, ma
indignazione degli avezzanesi che si credettero
beffati e distrussero l'organo. Don Peppe era
spesso richiesto dai paesi vicini come
accordatore e riparatore di organi. Ma per prima
cosa egli richiedeva ai paesani una speciale
colla di cento uova fresche, che solo lui sapeva
preparare.
C'era a Scurcola un convento di Cappuccini,
su una vicina collina, presso l'antico cimitero.
Gli scurcolani erano particolarmente attaccati e
devoti alla cerimonia del Perdono di Assisi, il
2 agosto. Comitive si recavano al Convento,
facevano le «passate», recitavano cioè il
rosario girando attorno attorno alla croce del
chiostro. Dopo la devozione, si spargevano nelle
vigne e nei boschi vicini a fare baldoria, a
merendare, a fare scorpacciate di fichi — ottimi
— e di pere. Tra Scurcola e i Cappuccini c'era
la vigna di Peppe Barnaba con il relativo
casale, sorto sulle rovine di una villa romana.
Era la tappa d'obbligo, tanto attesa, per
rendere omaggio a don Peppe, che «metteva mano»
alla botte di malvasia ed ai suoi scherzi. Egli
serviva il biondo nettare in vasi di coccio, ma
non della forma di boccali, bensì di altri vasi
che il Parini avrebbe chiamato «le spregiate
crete»... Alla esitazione degli ospiti, egli
dava l'esempio tracannando avidamente la
spumeggiante malvasia, lisciandosi soddisfatto
la bianca barba e i folti baffoni. «Voi badate
solo alla forma!», esclamava.
Altri scherzi faceva don Peppe. A Scurcola
c'erano, e ci sono tuttora, scuole elementari ed
asilo, tenute dalle Maestre Pie Filippini. Quasi
tutti gli scurcolani sono stati loro allievi. Le
maestre erano brave e talune belle o bellissime.
Nelle vacanze venivano da Roma a villeggiare
anche delle giovani converse. Partecipavano
anche loro e volentieri alle «passate» ai
Cappuccini.
Da tempo nel paese si era diffusa la
coltivazione del baco da seta e Barnaba
aveva nella sua vigna dei bellissimi filari di
gelsi.
Con l'aiuto di alcuni giovani egli intrecciò i
rami frondosi di una fila di gelsi con quelli
della fila opposta; ne fece una galleria aerea,
lunga una quarantina di metri, con una scala
all'inizio ed una alla fine. Guidata dalla
Superiora, suor Checchina, bella e forte monaca,
sogno di molti quarantenni, la schiera delle
converse tornava dai Cappuccini ridendo e
schiamazzando, come uno stormo di rondini. Don
Peppe le invita cortesemente: accettano! Offre
loro ciambelle e bottiglie di malvasia e le
induce a fare le «passate» sulla galleria.
Salgono baldanzose, guidate dalla Superiora.
Fanno i primi passi, benissimo, ma a metà
percorso si infilano con i piedi e le gambe
nell'intreccio più rado dei rami, con risa e
spavento. Accorrono i giovani e da sotto la
galleria cercano di districarle, con le mani
operose e molto curiose! Suor Checchina non fece
mai più queste «passate».
Una volta don Beppe Barnaba fu capo dei deputati
per la festa della Madonna della Vittoria,
l'ultima domenica di settembre. Il sarto del
paese era Francesco Giusti, detto «il Sartore»,
altro tipo da ricordare. Pescatore famoso, dava
sempre tutto il pescato agli amici per le grandi
mangiate e bevute. Ai cafoni prendeva le misure
del vestito ad occhio; squadrava severo il
cliente: «Girati!», gli diceva, ed era tutto.
Ora il Sartore non gli aveva cucito in tempo il
vestito per la festa e don Peppe si riprese la
stoffa, se la avvolse attorno come una toga e si
presentò alla messa. I paesani allibirono, ma
don Peppe: «Io la stoffa ce l'ho, ma è il
Sartore che ha perduto il filo!». Allibirono di
più dopo la messa, quando, in pieno giorno, fece
sparare l'artificio, fece cioè accendere i
fuochi e le girandole. A chi si meravigliava:
«Io i... cacchi miei me li vedo di giorno!»
rispondeva.
Cognato di Peppe Barnaba era un altro
personaggio singolare, Francesco Di Clemente,
detto «Capoccio», nato nel 1821, morto nel
settembre del 1920. Da giovane aveva studiato a
Napoli — ginnasio e liceo — presso uno zio,
Padre Giuseppe, guardiano di un Convento di
Cappuccini. Una volta gli sposi benestanti della
Marsica facevano il viaggio di nozze a Napoli,
la capitale del Regno, ma, appena arrivati,
venivano immancabilmente derubati delle valige.
Disperati, si rivolgevano a Padre Giuseppe che
si informava del tempo e del luogo e la mattina
dopo faceva loro ritrovare le valige in
sacrestia.
Padre Giuseppe sperava che il nipote diventasse
anche lui Cappuccino, ma il giovane si guardava
già attorno, e già in paese aveva una fidanzata
segreta, Caterina, sorella di Peppe Barnaba.
Padre Giuseppe diceva messa la mattina
prestissimo ed il nipote doveva servirla:
scocciatissimo, una volta tirò tanto forte la
corda della campanella che annunziava l'inizio
della messa, che la scardinò. La campana gli
cadde sulla testa, si ruppe, ma la testa no: per
questo fu chiamato Capoccio. Scappò, gettando
la tonaca alle ortiche. Lo zio lo fece inseguire
dalle guardie per la via di Capua e di Sora, ma
il fuggitivo prese la via delle montagne,
impiegò quasi un mese per raggiungere Scurcola
e... si sposò. Lo zio non gliela perdonò; lo
fece chiamare al servizio militare. Venivano in
quei tempi sorteggiati sei giovani a Scurcola
per il servizio militare, che durava quattro o
cinque anni. Il primo ad essere sorteggiato fu
naturalmente lui, ma egli si comprò l'orno,
pagò cioè un altro che facesse il militare
in sua vece. Diseredato quasi dalla famiglia,
Capoccio con il lavoro e l'intelligenza si fece
una bella fortuna, divenne un proprietario
terriero, ma rimase sempre uno spirito bizzarro.
Una volta andò con il compare Angelantonio
Bontempi a comperare maiali grassi alla fiera di
Santa Lucia a Magliano dei Marsi: tre ne comperò
lui, due il compare, ma... se li giocarono a
scopa nell'osteria e li perdettero. Aspettarono
la sera e pentiti e preoccupati andarono al
Convento di San Martino per... farsi frati. Il
guardiano, che li conosceva, li convinse a
tornare a casa. Faceva freddo e nevicava forte.
Il ritorno era anche pericoloso perché si doveva
attraversare il fiume che non aveva un ponte, ma
solo dei grossi macigni. Passato il fiume, in
mezzo alla strada l'uno gridava: «Mi voglio fare
santo!». «Pure io!» rispondeva l'altro; e a
gara, per pentirsi dei peccati e per fare
penitenza, si rotolavano nelle pozzanghere. I
familiari li aspettavano, e li sentivano,
dall'alto del paese, alla Portella, una delle
porte di Scurcola. «Ecco che i porci
ritornano», commentò un nipote, Faustino.
Capoccio era piuttosto borbonico che piemontese.
Al Comune fece mettere un quadro di Vittorio
Emanuele II, dietro al quale mise il ritratto
del Re borbonico; a Sant'Antonio e al ponte del
fiume sulla Via Valeria pose guardiani che
segnalassero se arrivavano i piemontesi o i
borbonici. Quando gli arrivati si recavano al
Municipio trovavano sempre delle candele accese
davanti al ritratto del proprio sovrano.
Aveva una causa a L'Aquila, per la revindica di
un terreno lasciato ad una cappellania della
città. Vi si recava spesso, portando capponi ed
agnelli a casa del presidente del tribunale
borbonico. («Porta Fisci, pedibus pulsanda!».
Anche allora!). La domestica lo alleggeriva dei
doni e lo introduceva dal presidente, che lo
assicurava della bontà della causa. Una volta
però, appena uscito, vide il suo avversario
portare doni più sostanziosi dei suoi; aspettò
che uscisse e tornò dal presidente che... gli
manifestò qualche dubbio, qualche leggero
dubbio, sulla buona riuscita della causa.
Capoccio perdette la pazienza, afferrò il
presidente per i piedi e lo gettò dalla
finestra. Per sua fortuna questa era al
pianterreno: altri guai ed altre fughe per
Capoccio; ma presto arrivarono i piemontesi ed
egli passò anche per un buon patriota.
Debbo ora chiedere scusa agli altri personaggi
scurcolani se in questa occasione e per ragioni
di spazio, ricordo di qualcuno di loro e solo
brevemente, qualche episodio.
Fabiano Blasetti era un maestro elementare
trasferitosi a Scurcola per il matrimonio con
una scurcolana. Era un poeta, satirico! Di lui
vanno ancora in giro poesie che coglievano ogni
occasione, ogni episodio paesano, per prendere
in giro gli zotici, gli ignoranti, i
presuntuosi.
Quando tornan tra noi gli scurcolani
che sono in Roma miseri spazzini,
lindi, agghindati, in aria di paini,
sembrano tutti imperator romani...
Era questo il principio di un suo sonetto. Qui
giova ricordare che il «cursus honorum» degli
scurcolani emigrati a Roma è stato il seguente:
scopini, tranvieri, tassinari, osti,
poliziotti, commercianti, funzionari,
professionisti. Alla prima categoria, la sola
ai suoi tempi, si riferisce il Blasetti. Egli
era un liberale, tipo Felice Cavallotti, un
patriota, e soprattutto un mangiapreti. Tuttavia
pubblicò una bella Vita di San Cesidio. Io l'ho
avuto come maestro in seconda e terza
elementare, al tempo della prima guerra
mondiale. Portò un giorno la classe in cima al
paese, dietro la Rocca. Ci disse che se venivano
gli austriaci, ci dovevamo difendere a tutti i
costi, anche a sassate. Si allontanò da noi una
quarantina di metri. «Immaginate che io sia un
austriaco e che voglia assalirvi. Come vi
difendete voi?». Un alunno, Antonio Orlandi,
immediatamente raccolse un sasso, lo lanciò
contro il maestro, lo colpì alla testa, lo fece
sanguinare. Non fu punito, ma il maestro non
portò più gli scolari alle esercitazioni
guerresche.
Minicuccitto (alias Domenico Tortora) era un
mastro muratore, bravissimo. Usò a Scurcola per
primo il cemento e ricostruì quasi tutto il
paese dopo il terremoto del 1915. Emigrò poi a
Roma, dove con i figli costruì anche dei
palazzi. Di lui si ricordano molti episodi, ma
soprattutto uno scherzo feroce che fece al suo
migliore amico, Antonio Damia, detto
Cocceteglio. Questi faceva il trasportatore. Da
giovane si innamorò di Mariuccia, la bella
corcumellana. Contro la volontà dei suoi,
Antonio andò d'inverno a sposarla a Corcumello,
e la sera stessa, con la neve e la tormenta, se
la portò a Scurcola in carrozza. A casa non
c'era nessuno: accese un gran fuoco e si ricordò
che non aveva "stramato" il cavallo! Disse alla
sposa: «Aspettami un poco, torno subito!». La
stalla era fuori del paese: fioccava, non c'era
anima viva in giro. Minicuccitto vide Antonio
entrare nella stalla e salire sul pagliaio.
Voleva aspettarlo per congratularsi con lui,
...ma vide la chiave nella toppa e lo chiuse
dentro!
La sposa l'attese piangendo tutta la notte. Non
conosceva nessuno in paese. Solo al mattino si
fece coraggio, si presentò ad una vicina e
raccontò la sua sventura. Trovarono Antonio
furibondo, disperato, senza più voce. Solo dopo
qualche decennio Minicuccitto raccontò ad
alcuni amici lo scherzo crudele, ma, per sua
fortuna, Antonio era già morto!
Angeluccio Trombetta era uno spirito beffardo,
ma un eccellente falegname. Lo chiamavano tutti
a Scurcola, ma specialmente le donne che avevano
il marito al fronte, durante la prima guerra
mondiale. Io lo ricordo che girava il paese non
con il fucile, ma con una sega a tracolla.
Diceva che andava a riparare i tavoli zoppi.
Troppi tavoli zoppicavano a Scurcola! Era il suo
trucco: per ritornare dalla donna ospitale, egli
tagliava sempre ai tavoli un piede più corto
degli altri. Ricordo che un giorno, in
piazza, un giovanotto lo aggredì e lo
minacciò con male parole: «Che capisci tu di
certe cose», gli rispose Trombetta, «tu non sai
nemmeno se sei mio figlio!». Il giovane ammutolì
e se ne andò pensieroso. «Che colpa ce ne ho
io», sogghignò Trombetta, «se le donne vogliono
i figli belli e mi chiedono aiuto?». Angeluccio
era veramente un bell'uomo!
Ma il personaggio più completo, più caustico di
Scurcola era Faustino Colucci, agrimensore!
Tutti lo ricordiamo per il suo spirito acuto e
beffardo che lasciava per così dire il segno
dove colpiva. Sono tantissimi gli episodi che
potrei raccontare di lui; mi limiterò per ora ad
uno solo, ma «ab uno disce omnes!».
Faustino, zio Faustino,
abitava
nella vecchia casa presso il campanile della
chiesa della Trinità, in una via stretta e
ripida. Convenivano da lui gli amici ed egli li
riceveva volentieri per raccontare e sentire
storie, per organizzare scherzi e tiri birboni.
Una sera ne invitò una diecina, perché — annata
eccezionale — aveva riempito una botte di
malvasia. Sul più bello, mentre brindavano
allegramente presso la botte e mangiavano
bistecche di maiale, entrò inaspettato Carluccio
Ansini, figlio di Maria Lavinia, emerito
scocciatore, che era tornato dagli Stati Uniti.
Era un patito di musica, ma aveva fatto anche un
po' di soldi ed aveva girato le due Americhe,
l'Australia, l'India per accompagnare, egli
diceva, il concittadino Vincenzo De Giorgio,
pianista valoroso, nei suoi giri artistici. De
Giorgio era stato allievo di Ferruccio Busoni,
ed era diventato un maestro affermato. A
Scurcola, da giovane, aveva incantato e rapito
una gentildonna, Agnesina Bontempi, e con lei
era emigrato in America. Aveva dato concerti in
ogni parte del mondo. Al nostro Carluccio era
rimasta l'ammirazione per il maestro pianista e
ne raccontava volentieri i successi ai paesani,
come se fossero stati suoi. Conosceva
l'intreccio di tutte le opere liriche, conosceva
tutte le romanze famose e le ricantava ai poveri
paesani. Alla vista dello scocciatore, si
turbarono i bevitori. Faustino offrì anche a lui
un bicchiere: «Bevi e taci; noi parliamo di suor
Eulalia e tu non ci scocciare con la tua
musica!». «Bevo e parlo di musica, è la mia
passione!». «E la nostra è suor Eulalia!».
Altercarono non poco per la musica e per la
suora; alla fine Faustino disse: «A mie spese,
voglio liberare i paesani dal peggiore degli
scocciatori. Questa botte è tua se io entro
dieci giorni non ti porto a casa, in braccio,
suor Eulalia! Ma tu dovrai lasciare il paese e
scomparire per sempre, se no, guai a te!». La
scommessa fu accettata da Carluccio ed avallata
dai presenti.
Che fece Faustino? Era d'inverno, le notti erano
fredde e gelate, nevicava spesso; però tutti gli
scurcolani andavano di mattino presto alla
novena nella chiesa-madre della Trinità,
compresa suor Eulalia e quattro o cinque giovani
suore. Suor Eulalia era la più bella, la più
nobile di tutte. Si diceva che si fosse fatta
monaca per una delusione di amore. Aveva
personale, portamento, occhi stupendi; turbava
il sonno degli scurcolani maschi e femmine. Non
camminava, come le altre mortali, ma incedeva,
come una dea: «incessu patuit dea!». E questo
suo incedere dette l'ispirazione a Faustino! Le
dee — egli pensò — camminano, cioè incedono nei
sentieri del cielo, non nelle strade di
Scurcola! Una mattina particolarmente fredda,
tre ore prima che cominciasse la novena,
Faustino inondò con quattro barili di acqua la
strada davanti alla sua porta, la strada già di
per sé sdrucciolevole dove per recarsi alla
novena doveva necessariamente passare suor
Eulalia. Si mise dietro la porta ed aspettò.
Ecco il vociare delle giovani suore, che si
cambiò in urla di terrore, perché tutte e cinque
scivolarono malamente sul ghiaccio. Faustino
esce, rimette in piedi le suore e solleva sulle
braccia, come un fuscello, suor Eulalia, che si
era fatta più male delle consorelle, e la porta
per una quarantina di metri giù verso la chiesa.
La casa di Carluccio era poco distante dalla
sua: quattro calci alla porta, ed esce Carluccio
irritato e insonnolito. «Apri gli occhi», gridò
Faustino, «questa chi è?». «È suor Eulalia!»,
rispose l'altro allibito.
L'episodio ebbe un seguito. Carluccio Ansini,
preoccupato, si recò dopo qualche giorno dai
suoi parenti a Bari, dove poi prese moglie e non
tornò quasi mai più a Scurcola.
Un personaggio era anche Scenza la Macellara, la
più bella donna della Marsica, che da giovane
aveva fatto la modella ai pittori ed agli
scultori di Anticoli Corrado, nel Palazzo dei
Conti Vetoli. Era un angelo, bionda, formosa,
eterea, e come angelo svolazzante è stata
dipinta dal pittore Giustiniani di Roma nelle
chiese scurcolane di Sant'Antonio e della
Trinità. Non solo era bella, ma era anche
generosa; come angelo, portava in paradiso
paesani e forestieri, perché praticava la
politica della porta aperta. Apriva a chi
bussava, dava, generosamente dava, anche a chi
non chiedeva!
Altra donna, altro carattere era invece
Mariuccia la Cogliara o la Cogliese (nativa di
Colli di Monte Bove)! Era la donna più forte di
Scurcola, lavorava per quattro uomini, allevava
una famiglia numerosa. Era richiesta dai paesani
specialmente per «passare» il grano, per
setacciare cioè il grano ad un grande setaccio,
grande come la ruota di un carro, sospeso con
corde a tre pali. Setacciava, e spesso cantava
le canzoni che suo figlio Antonio componeva.
Quando, al tempo della mietitura, portava con
un grande canestro sulla testa il pranzo ai
mietitori e questi le facevano l'incanala,
le cantavano cioè stornelli piuttosto
salaci, lei rispondeva a tono e li azzittava.
Era Antonio l'ultimo dei numerosi figli, ma era
un infelice, un focomelico, seduto sempre su una
sediolina; autodidatta, leggeva sempre. Io ero
allora uno dei rari studenti, anch'io
autodidatta, di Scurcola. Passavo lunghe ore con
Antonio, gli prestavo i libri: la Gerusalemme,
l'Orlando Furioso, il Leopardi, i Promessi
Sposi. Antonio li leggeva e li imparava quasi
tutti a memoria, li discuteva con me. Aveva una
sensibilità ed una memoria prodigiosa, e si
rammaricava che non poteva ancora leggere Grazio
e Virgilio nel testo originale. Io gli facevo
anche qualche lezione di latino. Nelle sere
d'estate, quando si scartocciava il granturco e
le ragazze aspettavano di essere baciate da chi
trovava la «marrocca» rossa, la pannocchia
rossa, si cantavano le canzoni che Antonio aveva
composte e che la madre Mariuccia per prima
intonava. Povero Antonio! Morì giovanissimo, e a
me, studente liceale, toccò l'onore di leggere
il discorso funebre, che la povera mamma
conservava e tante volte mi ripeteva, con le
lacrime agli occhi.
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