ANTONIO ROCCHI

 

IL TESTAMENTO DI ANTONIO ROCCO

 La notorietà del filosofo scurcolano Antonio Rocco (1586-1653) si coglie da un lato sulla tenace polemica contro Galilei, dall'altro sulla ribalta che gli viene offerta da una cerchia di letterati, spesso inclini ad impegnarsi in dispute mondane o a produrre libelli scandalistici. Sono insomma le due facce di una medesima "persona", intendendo con questa la maschera antica, cui volentieri il Rocco ufficiale e il suo alter ego meno pubblico producono comportamenti diversificati. Né si saprebbe adoperare altro metro per individuare una personalità per certi versi sfuggente e di difficile collocazione, data la sua contestuale apertura al rigore filosofico e alle frivole esercitazioni accademiche.

Della sua vita, almeno agli inizi, poco si conosce, sebbene risultino presumibili i primi studi presso i Cappuccini di Scurcola, di cui accoglie anche l'abito. L'ambiente intellettuale che maggiormente lo plasma è certamente quello pontificio e che si ricava dalla sua formazione presso il Collegio Romano, permeato delle idee controriformistiche tridentine in un'epoca di forti tensioni dottrinarie. Più tardi passa a Perugia a studiare teologia e filosofia, quindi a Padova dove signoreggia Cesare Cremonini, uno dei più attivi esegeti di Aristotele e, infine, a Venezia per impartire lezioni di filosofia morale, e da questa città, oramai sua seconda patria, declina le offerte che gli pervengono da altre università, come di Padova stessa o di Firenze. Dapprima insegna nel monastero di San Giorgio Maggiore dei Padri Cassinesi, in seguito, a partire dal 1636, retorica con regolare stipendio da parte della Repubblica. Va altresì osservato che la forte socialità di Rocco è direttamente rapportata alla trama delle conoscenze all'interno del patriziato veneto, avendo, primo fra tutti, quale protettore, quel Giovan Francesco Loredan, fondatore, nel 1630, dell'Accademia degli Incogniti, che rappresenta il punto di riferimento di certo libertinismo locale, in consonanza con la tradizione di tolleranza religiosa della Serenissima.

Fin qui i dati salienti della sua vita, dedicata allo studio ed alla esposizione di un sobrio stile insegnativo, verso cui convengono molti giovani aristocratici veneziani desiderosi di assumere cognizioni culturali di buon livello. Rocco però non crea un cenacolo, ma fa della cattedra di filosofia morale un termine di compensazione tra gli influssi dell'esperienza sociale, propria della città lagunare, e quelli romani e non ha alcuna difficoltà a dichiararsi peripatetico a tutto tondo, quando già i dogmi della filosofia antica e della patristica sono rimessi in discussione da una più pragmatica conoscenza del mondo. Rocco accetta consapevolmente di difenderne l'estrema ridotta, e non deve meravigliare la sua iniziativa di replicare alle tesi di Galilei con un lavoro, Esercitazioni filosofiche, apparse nel 1633, che riesamina, ma da un'angolazione prettamente dialettica, i princìpi astronomici del pisano sui "massimi sistemi". Il quale, se da un lato ha buon gioco nel dimostrare l'intrinseca debolezza delle controdeduzioni portate avanti dallo scurcolano, confutandole con dimostrazioni di fisica o di matematica, dall'altro non esita a tener conto della posizione del suo antagonista, sia pure superata dalla evoluzione scientifica. Il puntiglio con cui Galilei glossa i paragrafi del lavoro di Rocco dimostra un interesse partecipativo non limitato solamente alle ambiguità scientifiche, ma immesso anche nel circuito che è più familiare al Rocco, vale a dire il peso intemerato della Sacra Scrittura.

D'altronde Galilei costituisce la punta avanzata delle idee che animano l'università patavina, nel cui ambito era già stato tentato, su iniziativa dei gesuiti, di organizzare uno studium alternativo. Quella di Padova si avvale sempre dell'autorità, universalmente riconosciuta, di Cesare Cremonini, che vi ha apportato uno spirito critico più che eversivo, in quanto attestato sullo stesso terreno dell'aristotelismo. Se Galilei si è mosso a obiettare sulle formulazioni di Rocco, vero è che anche l'abruzzese gode di riconosciuto prestigio; perciò le sue idee possono arrecare qualche influenza negativa alla esatta comprensione dei problemi di cosmogonia, assai dibattuti in quel tempo. Rocco, insomma, ha dalla sua parte un fortilizio morale contro cui Galileo oppone la percussione dei numeri e delle dimostrazioni scientifiche.

Tale episodio rappresenta il culmine nel percorso esistenziale dello scurcolano; ma altra notorietà, stavolta alquanto imbarazzante, e derivata da altri impegni, non può che lasciare perplessi, ora che è stato accertato che un famosissimo libello, Alcibiade fanciullo a scola, che girava anonimo e clandestino fra le mani di molti veneziani, poi pubblicato nel 1653, reca la sua paternità. L'opuscolo, dal contenuto scabroso a causa di un rapporto dialettico, volto alla seduzione del contraddittore più debole, e indirizzato all'obiettivo di "piaceri particolari" fra maestro e discepolo, gode di indubbia risonanza, non tanto per i particolari addotti, pochissima cosa rispetto a quanto viene oggi pubblicato, ma per i postulati eversivi che arreca sul piano del costume.

Con ragionamenti alquanto tortuosi il precettore Filotimo svela, in vista di bassi scopi, la diversificazione tra morale naturale e morale religiosa e ne restituisce l'origine a ipocrite legislazioni antiche. In altri termini, attraverso i ragionamenti del precettore, Rocco tende a storicizzare la morale servendosi di circostanze che, nella contrapposizione dialogica, inducano a smascherare i feticci passivamente accolti. Il libello, dunque, non è che una calcolata trasgressione mirante a scardinare quanto vi è di falso nei rapporti infraumani; e lo scottante argomento vi appare solo come provocatoria allusione.

Unitamente a questa sotterranea e dileggiante tensione, ascrivibile più ad un libertinaggio verbale che non ad una pratica di vita, si insinua il Rocco sodale di accademici patrizi, assieme ai quali officia i riti di esauste categorie analitiche. Davvero sorprendente, ma anche inquietante, questa capacità di abbracciare gli argomenti frivoli dopo aver soppesato i gravi concetti della retorica o della filosofia, spogliandosi di abiti austeri per arrovellarsi in discussioni tematiche, finalizzate ad asserti stravaganti; e ancora: l'amore della parola per la parola, nell'interscambio estremo fra questa come produzione di concetti di casistica e quella di verità.

Il mondano Rocco, nei dibattiti con i sodali, attinge alla varietà del lessico ed ai suoi intrecci per disinnescare un medaglione caratteriale, mediante un concetto sezionato nei suoi grani espressivi; e questo per ripiegare nella modalità della digressione, nella cui circolarità il concettismo barocco costituisce la sua travatura. L'accademico Rocco è l'altro profilo dell'uomo secolare, che sovrappone i panni curiali al saio, l'attutito impatto di tappeti aristocratici alla mota dei sandali. La parola del Signore sembrerebbe assente da tali rituali esoterici; ma non desterebbe meraviglia se nel sermone del giorno dopo quei raffronti, che erano serviti per estremare un concetto, trovassero la loro forza nell'ambito di una glossa. Conviene disporsi ad accettare quest'altra faccia per avere dello scurcolano i profili della stessa medaglia. Infine, l'uomo dedito alle esercitazioni letterarie scansa da sé la postura togata per aprirsi tutt'intero alle verità ultime. Quale altro mezzo, se non affidare al futuro, gli atti di volizione che permangano oltre ogni viatico? In tale prospettiva il testamento di Rocco si incardina su tre livelli comunicativi: a) l'oculata somministrazione dei propri beni secondo una largizione parcellizzata; b) la riconsiderazione degli affetti più duraturi nel destinare i lasciti; e) il messaggio esplicito della valorizzazione della sua personalità di intellettuale. Ed è su quest'ultimo aspetto che il testatore pone l'accento, convinto che la ristampa delle sue opere possa far perdurare la stima già goduta da vivo, assieme alla certezza di avere svolto un ruolo non modesto nel panorama culturale della Venezia del '600. Così, l'asciutto formulario notarile s'accampa su presìdi spiccatamente umani e disbriga, anche per il lettore più scaltrito, l'ufficio del Rocco rivelatore di "varia umanità", ancor più accresciuto dal richiamo alle radici originarie, col nominare il paese natale e i suoi familiari. Rocco conclude, in tal modo, la lunga diaspora iniziata tanti anni prima e riacquista la sua "piccola patria" nelle clausole di una potestà scrittoria, oltre l'usura del tempo.

Su Antonio Rocco v. Le glorie degli Incogniti o vero dell'Accademia de' Signori Incogniti di Venetia, appresso F. Valvasense, Venezia, 1647, pp. 58-61.

A. NERI, Intorno a due libri curiosi delsec. XVII, [...], nel "Giornale storico della letteratura italiana"; voi. II, a. VI, fase. 34-35, Torino, Loescher, 1888.

A. FA VARO, Gli oppositori di Galilei, Antonio Rocco, Venezia, tip. Antonelli, 1892, pp. 618-636.

G. SPINI, Ricerca dei libertini. La teoria dell'impostura delle religioni nel Seicento italiano, Roma, Editrice Universale di Roma, 1950.

G. BENZONI, Venezia nell'età della controriforma, Milano, Mursia, 1973.

G. BENZONI e T. ZANATO, Storici e politici Veneti nel Cinquecento e Seicento, Milano - Napoli, Ricciardi, 1982.

A. ROCCO, L'Alcibiade fanciullo a scola, a e. di L. Coci, Roma, Salerno editrice, 1988;

e infine T. SPINELLI, Un libertino del '600: Antonio Rocco fra ordine e trasgressione, in "Critica Letteraria", a. XVIII, fase. Ili, n. 68/1990, pp. 461-479.

 

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